Una legge sbagliata. Punto
La discussione conclusiva alla Camera della legge sul fine vita, che raccoglie un consenso maggioritario, allude a un problema etico di fondo, quello dei limiti di ingerenza dello stato nelle scelte personali di coscienza. Tra queste non è riconosciuta quella all’eutanasia e quindi a molti è sembrato ragionevole intervenire con una legge per delimitare gli interventi “creativi” della magistratura. Lettori del Foglio on line, cosa ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner, Twitter o Facebook
5 AGO 20

Il punto, però è questo: è giusto, per contrattare l’interferenza indebita di un ordine dello stato, legiferare nel merito rendendo l’interferenza dello stato sistematica? Pur riconoscendo la difficoltà di una scelta di questo genere, deve essere difeso il principio generale. L’estremo passaggio, specialmente se avviene in condizioni particolarmente tragiche, deve restare oggetto di pietà e di cura, non di commi e codicilli. C’è una zona grigia che non può essere normata, solo rispettata affidandosi alla responsabilità delle persone, dei medici, dei familiari.
Con tutta la buona volontà, il giusto intento di evitare l’estensione di pratiche di eutanasia striscianti finisce con l’ingabbiare un momento cruciale e tragico in una ragnatela burocratica spersonalizzante e, alla fine, inapplicabile. La deriva culturale che fa leggere anche la morte in termini consumistici e che quindi favorisce l’eliminazione delle esistenze inutili e non autosufficienti è un orribile segno dei tempi. Va contrastata senza tentennamenti con una battaglia culturale, che non può essere surrogata da nessun articolo di legge. La morte non è un diritto, è un fatto naturale e inevitabile, che va accettato in tutte le sue complessità, ma di questo bisogna convincersi e convincere. Costringere a nutrire questa convinzione in forza di legge prima che ingiusto è impossibile.
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